
Il mercoledì, 10 giugno 2009 alle 17:36
Scritto da MemoriaGiusto
in *palestina, pace, israele, storia, memoria, discussione, diritto alla vita, tolleranza, democrazia, libertà , solidarietà , antirazzismo, libertà di espressione, libertà di informazione*
Il mercoledì, 10 giugno 2009 alle 17:08
Scritto da MemoriaGiusto
in *storia, memoria, discussione, tolleranza, antirazzismo*
Il mercoledì, 20 maggio 2009 alle 18:50
Scritto da MemoriaGiusto
in *storia, memoria, discussione, diritto alla vita, tolleranza, democrazia, libertà , solidarietà , antirazzismo, libertà di espressione*
Il venerdì, 20 febbraio 2009 alle 10:45
Scritto da MemoriaGiusto
in *storia, memoria, discussione, tolleranza, antirazzismo*
Quando abbiamo deciso di partecipare al progetto promosso dalla Regione Lazio, Il percorso dei Giusti, la memoria del bene, patrimonio dell’umanità, ci siamo interrogati sul significato della memoria della Shoah, ma soprattutto sul come raccontarla per non cadere nel rischio di quella “banalizzazione”, con un effetto di assuefazione più che di sensibilizzazione, di cui aveva parlato Tony Judt:
“Al di là di quella banalità tristemente celebre di cui parlava Hannah Arendt - il male inquietante, normale, vicino, presente nel quotidiano nell'essere umano - c'è un'altra banalità: quella dell'abuso. A forza di vedere, dire o pensare troppe volte la stessa cosa si ottiene un effetto di atrofia: si finisce per desensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti del male evocato con troppa insistenza. È da questa banalità - o «banalizzazione» - che dobbiamo difenderci oggi.
All'indomani del 1945, la generazione che ci ha preceduti ha in qualche modo rimosso il problema del male.
Ma la generazione che verrà dopo di noi rischia di rimuoverlo per la ragione opposta.
Come possiamo impedirlo?”
da Tony Judt, conferenza del 30 novembre 2008, in Germania, dove è stato insignito del Premio Hannah Arendt.
Tale interrogativo ci ha accompagnato per tutto il percorso collettivo e ad esso abbiamo tentato di dare risposta attraverso questo blog e il canale di youtube Memoria di un giusto ad esso collegato, una modalità comunicativa versatile che appartiene alla nostra generazione.
Ben consapevoli della difficoltà di dar conto di problematiche che affaticano la riflessione da cinquanta anni e della provvisorietà di un qualsiasi discorso, su tale argomento vogliamo offrire, con il nostro piccolo contributo, che non ha alcuna pretesa di esaustività, solo una serie di spunti capaci di attivare il circolo virtuoso di una riflessione interessata e sempre aperta al confronto con nuovi soggetti partecipanti, ai contenuti che essi vi apporteranno.
Un altro rischio che vogliamo evitare è che la nostra riflessione si traduca in una metafisica della insondabilità del “male assoluto” staccata dalla carne viva vittima di questo male. Perciò abbiamo dato voce (Memoria di un giusto) alle donne e agli uomini forzati attori di questa tragedia, convinti che solo la microstoria può dare significato e piacere allo studio della grande storia, spesso percepita distante e asfittica, persa nell’anatomia degli eventi ridotti a mera quantità e contabilità, e non più capace di insegnarci qualcosa.
In questa ottica abbiamo deciso di dare voce ad una famiglia , quella di Otello Guidi, che a Roma, nel periodo tragico della Persecuzione dei diritti e delle vite di italiani Ebrei, diede ascolto alla sua coscienza, cosa ancor più encomiabile in un periodo di ottundimento delle coscienze ad opera di un potere totalitario.
Otello Guidi è stato riconosciuto Giusto tra le Nazioni l’11 ottobre 2007 con una cerimonia ufficiale. Nel raccontare la sua storia abbiamo incontrato quella che Hanna Arendt chiama la banalità del male e che ben riassumono le parole di Minazzi, che pensiamo valgano anche per gli italiani:
“I Tedeschi uccisero cinque milioni di Ebrei. Il massacro non si generò dal nulla; poté essere perpetrato in quanto ebbe un significato per coloro che ne furono gli esecutori. Non si trattò di una strategia limitata che poteva condurre ad altri fini, ma di un'impresa, di un evento sentito come una Erlebnis – una "esperienza" vissuta passo dopo passo da coloro che vi hanno preso parte.
I burocrati tedeschi, che con la loro competenza contribuirono alla distruzione degli Ebrei, furono tutti parte integrante dell' Erlebnis, gli uni si incaricarono della parte tecnica – redigere un decreto o organizzare un convoglio –, gli altri si appostarono con fermezza alla porta di una camera a gas. Potevano percepire l'enormità dell'operazione fin dai ranghi più bassi. In ogni stadio del processo, diedero prova di stupefacenti talenti da pionieri in assenza di direttive, di coerenza nelle attività, quando mancava un'organizzazione giuridica, di una comprensione fondamentale del compito che dovevano eseguire, nel momento in cui non venivano date comunicazioni esplicite. Quando Reinhard Heydrich e gli Staatssekretäre si riunirono, il mattino del 20 gennaio 1942, per discutere della "soluzione finale della questione ebraica in Europa", tutti si compresero.
Il progetto, considerato nel suo insieme, sembrava, retrospettivamente, un mosaico di piccoli frammenti, ognuno poco importante e banale. Questa successione di attività ordinarie, note, memorandum e telegrammi, azioni solidamente impiantate nell'abitudine, nella routine e nella tradizione, si trasformarono in un processo di distruzione in massa. Individui assolutamente comuni avrebbero svolto compiti straordinari. Una falange di funzionari, negli uffici dello Stato e in quelli di imprese private, lavorarono [sic!] per raggiungere il fine ultimo”.
da Fabio Minazzi , Filosofia della Shoah, Giuntina ,2006
A questo processo di disumanizzazione altri uomini si sottrassero e quando anche
“Dio restò muto […] i miracoli che accaddero furono unicamente opera di uomini: le azioni di questi giusti, appartenenti ad altri popoli che , in modo isolato e sovente sconosciuto, accettarono l’estremo sacrificio per salvare, alleviare, se non erano in grado di fare altro, condividere la sorte di Israele.”
da Hans Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, Il Melangolo, Genova 1997, pag. 35
Il venerdì, 20 febbraio 2009 alle 10:21
Scritto da MemoriaGiusto
in *storia, memoria, discussione, tolleranza, antirazzismo*
Il racconto delle figlie di Otello Guidi (cattolico) e Lella Tedesco (ebrea), delle vicende dolorose dei loro genitori al tempo delle leggi razziali, hanno suscitato una serie di interrogativi:
Ø Quando e come gli ebrei italiani ottennero l’eguaglianza dei diritti civili e politici?
Ø Tra ‘800 e novecento l’Italia fa eccezione in Europa all’affermarsi della ideologia razzista?
Ø La legislazione razzista del fascismo contro gli ebrei è un fatto accidentale estraneo al tessuto socio-culturale dell’Italia?
Ø L’antisemitismo italiano è il prezzo pagato alla alleanza dell’Italia fascista con
Ø Quanti erano gli ebrei in Italia?
Ø L’antisemitismo è parte integrante dell’ideologia di Mussolini e del fascismo?
Ø Come si attuò la persecuzione dei diritti degli ebrei?
Ø Come si passò alla persecuzione delle vite e quale ruolo ebbe il fascismo dopo il 1943?
Ø Qual è il contributo degli italiani ebrei alla Shoah?
Ø Come reagì la società italiana alle leggi razziali, pur tenendo conto dell’opera di desertificazione di ogni forma di espressione attuata dal fascismo?
Da questi interrogativi ha preso il via la nostra ricerca.
I documenti e i testi che abbiamo ritenuto interessanti e utili li mettiamo a disposizione in questo blog.
Tra questi vogliamo richiamare la vostra attenzione su “Il primo e secondo libro del fascista”, una summa dell’ideologia razziale e razzista del fascismo ad uso dell’indottrinamento della G.I.L. ( Gioventù Italiana del Littorio)
Due testi storiografici in particolar modo ci hanno aiutato a ricostruire il più generale contesto entro cui si è svolta la storia dei nostri personaggi:
Ø Collotti, Il fascismo e gli ebrei, le leggi razziali in Italia, Laterza, (2003)
Ø Michele Sarfatti,
Abbiamo utilizzato Collotti per chiarirci alcuni nodi:
Ø l'equiparazione degli ebrei agli altri cittadini nei diritti civili e politici
Ø il riemergere con forza dell’antigiudaismo di stampo religioso nella chiesa cattolica nell’ultimo ‘800
Ø la coniugazione dell’antigiudaismo con l’antisemitismo a fondamento biologico, che tra ‘800 e ‘900 si afferma in tutta Europa
Ø l’affermarsi del movimento politico ebraico del sionismo
Ø l’affermarsi del nazionalismo (ideologia dominate nell’età dell’imperialismo) come veicolo dell’antisemitismo
Ø l’affermarsi del razzismo e di un primo corpo normativo a contenuto razziale nel contesto della politica coloniale del fascismo
Ø il ruolo della Chiesa cattolica nell’affermazione dell’ideologia razzista
Ø il ruolo della scienza nell’affermazione dell’ideologia razzista
Abbiamo utilizzato Sarfatti per chiarirci i seguenti nodi:
Ø Il peso gli ebrei nella società italiana
Ø La natura del razzismo e dell’antisemitismo di Mussolini e del fascismo
Ø Quando, come e perché matura in Mussolini e nel Pnf la politica di persecuzione dei diritti
Ø I contenuti delle leggi razziali, la loro applicazione e gli effetti sulla comunità ebraica
Ø Gli ebrei e la resistenza al nazifascismo
Ø Il consenso, l’indifferenza, l’opposizione alle leggi razziali
ØLa partecipazione di Mussolini e del rinato Partito fascista repubblicano (15 settembre 1943) alla Shoah
Ø La solidarietà e l’avversione agli ebrei durante la persecuzione delle vite
Il venerdì, 20 febbraio 2009 alle 10:00
Scritto da MemoriaGiusto
in *storia, memoria, discussione, tolleranza, antirazzismo*
La politica razziale e razzista del fascismo ha una gestazione e uno sviluppo autonomi; se fu ulteriormente stimolata dalla politica razziale della Germania (fino a coniugarsi con essa dopo il 1943) non fu da questa imposta. Il razzismo trovò un terreno di coltura nel nazionalismo, ideologia dominante dell’età dell’imperialismo, e insieme a questo divenne la giustificazione ideologica del colonialismo. È proprio dentro la politica coloniale che in Italia emerse una politica razziale e l’ideologia razzista che ebbe come bersaglio le popolazioni coloniali della Libia e dell’ A.O.I (Africa orientale italiana) preparando la strada alle leggi razziali del ‘38 contro gli ebrei. A Trieste il 18 settembre 1938-XVI Così si esprimeva Mussolini:
« Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all'improvviso come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. E' in relazione con la conquista dell'Impero: perché la storia ci insegna che gli imperi si conquistano con le armi ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno. »( Il primo e secondo libro del fascista p. 131)
è un razzismo quello italiano non all’acqua di rose, ma funzionale alla volontà
totalitaria del fascismo cresciuta nei secondi anni ’30 con l’ambizioso obiettivo mussoliniano di realizzare un modelle di “italiano nuovo”.
“La decisione mussoliniana di adottare in Italia una persecuzione antiebraica a carattere generalizzato e rigoroso venne presa nonostante nel Paese mancasse un acceso antiebraismo di impronta nazionale-etnica, presente invece in varie regioni centro-orientali del continente, e mancasse anche un partito storicamente (e pubblicamente) antisemita. La decisione quindi ebbe per oggetto anche l'eliminazione o il superamento di tali carenze.
Va peraltro tenuto presente che proprio la loro esistenza ha reso possibile il germinare postbellico di interpretazioni della svolta sempliciotte o negazioniste, quali 'Mussolini comunque non era antisemita', 'Mussolini non voleva e fu costretto da Hitler', 'le leggi varate furono lievi', 'vennero varate ma non vennero applicate' eccetera. Ma su ciò non merita soffermarsi.
I dati storici consentono di affermare che la decisione di perseguitare gli ebrei, sebbene fosse interrelata con le altre linee di azione del governo (processo di alleanza con
“L'investimento propagandistico nella campagna razziale fu una componente di primo piano dell'intera operazione, (...). Al di là di quella che fu la capillarità della campagna diffusa attraverso la stampa quotidiana, di carattere nazionale come di quella periferica, il regime varò anche una serie di organi specializzati nella specifica caccia agli ebrei. Al di là delle testate tradizionali («Vita italiana», «Giornalissimo») l'organo più diffuso fu certamente il quindicinale «La difesa della razza», il cui primo numero uscì il 5 agosto del 1938, sotto la direzione di Telesio Interlandi, segretario di redazione Giorgio Almirante. Il carattere ufficioso di questa pubblicazione, cui collaborarono molti autori della stampa fascista e i più noti scrittori antisemiti, fu sottolineato dallo stesso ministro dell'Educazione nazionale Bottai, che ne raccomandò con apposita circolare la diffusione in ogni ordine di scuole, dalle elementari all'università e che convalidò per questa via il carattere capillare che si intendeva dare alla diffusione delle parole d'ordine e dei miti razzisti usando proprio i canali delle istituzioni scolastiche e degli entusiasmi giovanili.” (Collotti, Il fascismo e gli ebrei Editori Laterza p.64)
I documenti qui riportati indicano l’impegno e l’investimento politico e culturare del fascismo, in coerenza con la sua ideologia totalitaria, per la penetrazione e affermazione di una mentalità razzista ( vd. Fabio Minazzi , La filosofia della Shoah, 5 Il razzismo fascista e i suoi nessi con la cultura italiana )
Doc.1 -Copertina della rivista “La difesa della razza” anno I, n. 6 del 20 ottobre XVI.
È interessante la decodificazione della simbologia dell’immagine in copertina.
Doc.2 -Dichiarazione sulla razza del Gran consiglio del fascismo 6 ottobre 1938. Rappresentano le direttive generali che ispirarono tutta la legislazione antiebraica del fascismo.
Doc. 3 e 4 -Tavole riassuntive dei dati del censimento/schedatura degli ebrei nel 1938.
“(..) l'attuazione del censimento degli ebrei effettuato a partire dal 22 agosto 1938 allo scopo di contare (ma di fatto soprattutto di schedare) il numero degli ebrei che si trovavano in Italia, come presupposto per l'emanazione di una speciale normativa. Il censimento fu preannunciato sin dal 5 agosto; suo scopo non era una astratta operazione conoscitiva, ma come è stato scritto, «gli ebrei d'Italia vennero accuratamente individuati, contati, schedati» (Sarfatti).
Non quindi una operazione politico-amministrativa neutrale, ma una operazione destinata a precostituire il campo di intervento e i soggetti nei cui confronti avrebbe dovuto scattare il provvedimento persecutorio.” (Collotti, Op. cit. p. 65)
Doc.5 -Luigi Castaldi, “Omogeneità della razza italiana”.
Uno dei tanti articoli di propaganda razzista che trovò molti adepti tra le scienze sociali e mediche.
Doc. 6 -Copertina della rivista “La difesa della razza” anno II, n. 11 del 20 novembre XVII. Anche qui la scelta delle immagini non è casuale.
Doc. 7 -Efficace sintesi e semplificazione per immagini a fumetto, con finalità di comunicazione e propaganda, delle ordinanze del Gran consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938.
Doc.8 -Da “Il primo e secondo libro del fascista” libro II.
Sintetico manuale della dottrina fascista, fu scritto dal P.N.F. (Partito Nazionale Fascista) per i giovani della G.I.L.1 (Gioventù Italiana del Littorio) quale “(...) guida necessaria per la cultura dello spirito come per i quotidiani rapporti dell’esistenza” (Prefazione al testo). È un documento che rivela l’impegno profuso dal fascismo nella formazione razzista dei giovani. “(...) gli studi più recenti stanno mettendo in evidenza l'importanza che nella campagna per la razza fu attribuita alle organizzazioni giovanili del Partito fascista, allo scopo di alimentare una leva della popolazione interamente imbevuta del nuovo credo razzista.” (Collotti, Op. cit. p. 64). La struttura catechistica: domande e risposte brevi, lo rendeva accessibile anche ai più piccoli. Scritto tra il 1939-’40 e pubblicato tra il 1940-’41 XIX anno dell’era fascista, comprende 2 libri: il I è una cronistoria delle gesta di Mussolini e del fascismo, il II è interamente riservato alla dottrina fascista della razza.
Il venerdì, 20 febbraio 2009 alle 09:54
Scritto da MemoriaGiusto
in *storia, memoria, discussione, tolleranza, antirazzismo*
offriamo alcuni spunti di riflessione
Mantenere vivo il ricordo degli avvenimenti che hanno coinvolto gli Ebrei ( e non solo) durante la seconda guerra mondiale non deve ridursi a semplice riflesso di una curiosità antiquaria, o a prevedibile gesto di una liturgia della memoria, ma deve essere qualcosa di essenziale.
Pensare che l’antisemitismo sia un fenomeno debellato e il riprodursi delle stesse situazioni che hanno insanguinato l’Europa sia impossibile, significa illudersi, non solo sugli altri ma su noi stessi (ha scritto Elias Canetti: «Anch’io, come tutti, ho avuto i miei ebrei»).
L’antisemitismo, infatti, serpeggia ancora nel mondo e, sebbene sia vietata dalla legge ogni manifestazione razzista, si deve ammettere che non sono pochi i gruppi che ostentano tuttora comportamenti in questo senso. Per non parlare di chi, dall’alto di cattedre universitarie o di riviste specializzate nega o ridimensiona l’esistenza dei campi di concentramento e il massacro che vi si consumò. Tali “negazionisti”, uniti ad altri che ritengono
http://www.americacallsitaly.org/politica/negazionismo%20shoa.htm
http://www.pavonerisorse.to.it/storia900/strumenti/negazionismo.htm
una “semplice” conseguenza della guerra, rappresentano un tangibile esempio del disinteresse e dell’allontanamento, che potrebbero diventare collettivi, da questi avvenimenti. (si veda il recente intervento di Papa benedetto XVI )
Benché alcuni pensino che conoscere quanto è avvenuto ad Auschwitz possa impedire il riprodursi di fatti analoghi (secondo Hegel «chi non conosce la storia è condannato a ripeterla»), le recenti vicende (è sufficiente ricordare il genocidio in Rwanda) non confermano tale ottimistica pretesa.
E neppure il convincimento diffuso che bene e male siano due entità separate e che l’essere buoni o cattivi dipenda da una predisposizione naturale può garantirci dal pericolo che le atrocità compiute durante il secondo conflitto mondiale si ripetano.
Come ha dimostrato in un recente studio il prof. Philip Zimbardo ( P.Zimbardo , L’effetto Lucifero, Cortina Editore,2008) nessuno di noi può escludere , pur ritenendosi, in buona fede, “buono”, di trasformarsi in poco tempo in un crudele carnefice, autore di quelle stesse atrocità che, lette nei resoconti storici, lo fanno inorridire .
Ha scritto Bauman:
Le vittime di Eichmann erano “persone come noi”. Ma lo erano (terribile idea) anche molti dei loro assassini, esecutori agli ordini di Eichmann: e Eichmann? Entrambe queste idee grondano paura. Ma mentre la prima è un richiamo all’azione, la seconda ci blocca e ci rende inabili, sussurrandoci nell’orecchio che resistere al male è impresa vana. Forse è questo il motivo per cui ci opponiamo così strenuamente a quel secondo pensiero. Una sola paura è realmente e disperatamente insopportabile: la paura dell’invincibilità del male.( Bauman,Paura liquida,Laterza 2008,p.85)
E’ una facile via di fuga definire mostruoso ciò che ci fa inorridire, o chiamare mostri gli assassini , i carnefici, i violentatori. Ognuno di noi , come ha dimostrato l’esperimento condotto da Zimbardo nel carcere di Stanford (dove alcuni studenti accettarono di fare la parte delle guardie e altri quella dei detenuti), per effetto del «sistema di appartenenza» o per le «situazioni» in cui si viene a trovare, può diventare, indipendentemente dalla sua indole, un criminale, capace di compiere azioni che, fuori dal sistema di appartenenza o dalla situazione concreta, lo farebbero inorridire.
La pratica del male o, come la definisce Zimbardo «l’effetto Lucifero», non è una prerogativa di un’indole piuttosto che di un’altra (come ritiene la psicologia, che a sua insaputa ha ereditato lo schema religioso che distingue i buoni dai cattivi), ma è la prerogativa di tutti che, a partire da una «struttura di appartenenza» (una fede, un’ideologia, un apparato aziendale) e da una «situazione concreta» in cui ci si trova a operare (in un gioco vero o simulato di tutori dell’ordine e criminali, o in una guerra che vede contrapposti in nostri ai nemici) chiunque, anche il più buono fra noi, è portato a compiere i crimini più orrendi. ( basta pensare agli orrori compiuti nel carcere di Abu Ghraib)
La memoria di Auschwitz serve allora per far maturare in noi la coscienza di ciò che possiamo diventare e accresce al tempo stesso la nostra capacità di essere sentinelle del presente.
Attraverso questa memoria e la coscienza che ne deriva impareremo a “resistere” ogni volta che un sistema di appartenenza o una situazione concreta ci chiederanno di compiere quelle azioni. Impareremo a scegliere .
Lo studio degli avvenimenti che hanno coinvolto gli Ebrei ci insegna a mettere in discussione il funzionamento dello Stato moderno: la deportazione degli Ebrei e la loro eliminazione non sarebbero state possibili senza la complicità di molti; il ricordo dell’inerzia e dell’indifferenza di molti , anche delle grandi nazioni, di fronte alla sorte toccata a milioni di persone è un momento decisivo della riflessione su questi fatti.
La storia di Otello Guidi e di quanti , come lui hanno saputo scegliere e opporsi al sistema di appartenenza, ci mostra il volto di un eroismo che non è fatto di grandi gesta, ma coincide con la forza morale della resistenza e , se necessario, delle disubbidienza.
Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza;
il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza.
Durante gli anni in cui si scatenò la furia di Auschwitz Dio restò muto. I miracoli che accaddero furono unicamente opera di uomini: le azioni di questi giusti, appartenenti ad altri popoli che , in modo isolato e sovente sconosciuto, accettarono l’estremo sacrificio per salvare, alleviare, se non erano in grado di fare altro, condividere la sorte di Israele.
(Hans Jonas, Il concetto di Dio dopo Aschwitz.Una voce ebraica,Il Melangolo Genova 1997 pag. 35)

Magritte, La Memoria 1947
Un’immagine estatica, fulminante di metafisica bellezza.
Volto pietrificato, occhi chiusi, labbra con un accenno di sorriso
che evoca un sereno distacco, mentre la macchia rossa sul volto
“ci pone alla mente quella realtà assente” (Husserl) che diviene
memoria, viva, sanguinante.
Alla memoria pietrificata io contrappongo quella sanguinante da ferite non
rimarginate, che infligge alla coscienza la dannazione del ricordo come unica
strada verso tutte le future salvezze.
Memoria è l’”essere del non essere”.
Le anime, racconta Platone ne “La Repubblica” sono costrette a inchinarsi davanti ad Ananke (Necessità) prima di bere l’acqua del Lethe (dimenticanza)divenendo anime incarnate, vita reale la cui essenza rinasce solo attraverso il ricordare, che è conoscere, vita costituente il tempo attraverso il circolo perfetto del senso della vita, che lega, nel presente vivo del ricordo,il passato al futuro.
Ecco perché ricordare:
2 febbraio 2009. Un indiano bruciato vivo a Nettuno da tre ragazzi!
La banalità del male di oggi richiama la banalità del male di ieri:
ieri illumina oggi!
Perché la brutalità diviene stile di vita?
Perché si fa ideologia!
Quando qualcuno, quale che sia il suo interesse, gli dà forza di senso comune attraverso un uso criminogeno dei mas media, il male si fa banale.
Ricordare è il più potente vaccino contro la banalità del male.
Memoria di un Giusto
In memoria di Otello Guidi , un giusto tra le Nazioni. Questo blog, collegato al canale di YouTube(www.youtube.com/user/memoriadiungiusto), è nato con una triplice finalità : coltivare la memoria storica della Shoah attraverso la ricostruzione della vicenda di Otello Guidi; dare alla grande storia, che spesso si risolve in fredda contabilità , la dimensione di quelle esperienze umane che sole possono trasmetterci la memoria del bene, “patrimonio dell’umanità â€; attivare una riflessione capace di tradurre questa memoria nella pratica di una cittadinanza attiva, antirazzista e tollerante.Chi sono
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